Fausto non ce la poteva fare.
Dirlo adesso è facile, certo. Hai il tempo dalla tua parte, puoi verificare quello che è successo e renderti conto che no, lui non aveva una speranza che fosse una di cavarsela.
La vita non è un film americano o una commedia francese, dove prima o poi il debole si redime e vince. La vita è una merda, è piatta, è cattiva, te le fa scontare tutte e anche più di tutte.
A Fausto è andata proprio così.
Lo vedevi da subito, remissivo alle elementari, remissivo alle medie, bullizzato come un cane randagio alle superiori.
Era lo zimbello della classe, col maglione di lana senza maniche ormai desueto da quindici anni, nessun vestito di marca in un'epoca di apparenza ed edonismo, pallido, emaciato con gli occhialoni quando tutti facevano i fighi col bomber e le lampade UV-A.
Era preso di mira pure da quelli normali, perché a volte esagerava, sbroccava, era stanco delle vessazioni.
Vessazioni fatte per la maggior parte da figli di papà, bulletti ricchi e viziati senza nessun problema.
E sì che pure lui era figlio di gente "bene"; il padre era uno stimato amministratore delegato di multinazionale, un pezzo grosso di quelli che contavano nelle associazioni di categoria, io ricordo però ogni tanto i lividi e le unghie rotte che si portava da casa, forse roba autoinflitta, forse roba dovuta a qualche voto brutto o a qualche ribellione casalinga, chissà.
Era calmo, zitto, lo vidi incazzarsi forse una o due volte in più di dieci anni. Era conscio della sua debolezza, impotente, lo prevaricavano tutti: i suoi, le suore, le professoresse, i compagni.
Non credo nemmeno avesse amici, la madre all'inizio delle superiori mi propose di fare i compiti assieme, ma ero terrorizzato dall'idea; nessuno vuole essere amico dello sfigato, nemmeno se sei uno sfigato più o meno uguale.
Finimmo la scuola, e ci si perse di vista. Abbandonai quasi tutti i compagni di classe, tranne qualcuno che frequentavo e da cui avevo gossip più o meno disastrosi degli ex compagni.
Quelli di Fausto erano preoccupanti, aveva iniziato a ribellarsi ma ormai era tardi, aveva più di diciotto anni ed iniziava ad andare fuori di testa. Vagabondava, lo vedevano in giro trasandato, poco in bolla.
Dentro di me ringraziavo di non averlo visto in giro, ma speravo allo stesso tempo si potesse riprendere, avere una vita normale.
Non volevo rivederlo, non volevo rivedere nessuno; ma la vita è strana e un giorno, in pieno centro, in un pomeriggio di primavera, io, con la Moretti in mano, lo vidi in mezzo a una strada, come una fotografia. Lo guardai, vestito uguale a quindici anni prima, nemmeno invecchiato, nemmeno sciupato, lui.
Rispetto a lui io avevo già vissuto due vite, lui era congelato in prima superiore, quantomeno come aspetto, pareva portasse pure gli stessi vestiti. Per un attimo mi chiesi se andare a salutarlo ma desistetti; a che sarebbe servito?
Le poche volte che mi tornò in mente fu quando veniva citato a qualche ritrovo con i compagni di classe, si ricordavano i disastri di scuola, veniva perculato e io l'unica cosa che ricordavo era quel pugno in piena schiena che gli tirai in modo gratuito e del quale non mi scusai mai.
Mi aveva fatto incazzare, aveva esagerato, ma alla fine dei conti io ero come lui: sfigato lui, sfigato io. Avevo più cose in comune con lui che con i fighi della classe.
Non troppo tempo fa lo sognai: era in una prigione, e io non sapevo cosa fare, cercavo di liberarlo, gli parlavo, facevo qualcosa.
Mi svegliai nervoso, angosciato. Non dormii per qualche ora, e il giorno dopo, non so perché, controllai sull'applicazione del comune se per caso non fosse morto.
Fausto se ne era andato quasi un anno prima. Ne approfittai per andare a trovare mia madre, poi passai al cimitero da mio padre, e subito dopo da lui: dovevo vedere se era vero.
La fossa, impersonale, non curata, era lì. Misi un paio di fiori presi dal mazzo per mio padre a lui e gli chiesi scusa.
Tornai a casa scosso, mandai un messaggio ai miei ex compagni pensando che magari gli fosse sfuggito, invece lo sapevano da un po'.
Seppi che Fausto era morto da solo, internato in un istituto, probabilmente infilato da qualche parente dopo la morte di suo padre. Forse era andato del tutto di testa, forse ne avevano approfittato per dargli il colpo di grazia e piegarlo e gestire l'eredità, non lo saprò mai.
L'unica cosa che so per certo è che un infarto se lo è portato via a nemmeno cinquant'anni.
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