martedì 4 novembre 2025

WILL YOU WAIT FOR THE SUN?

the cold water in which I stand
portrays the tears I once cried
I face a sunset of sweet sins
in a dusk of perishing hopes

Le zucchine non mi hanno mai fatto impazzire per colpa di quel molliccio che ti lasciano in bocca.
Se ti piace mangiare bene, le zucchine molli le ingurgiti solo se ti hanno cavato un dente o se hai novant'anni, altrimenti le mangi appena scottate in maniera che rimangano un po' croccanti.
Poi a me le zucchine non piacciono nemmeno troppo e non le mangio quasi mai, ma questa è un'altra storia.

A vedere troppi film a volte ti illudi che le cose assurde o opposte funzionino e che sarà tutto perfetto, un po' come certe ricette elaborate o con ingredienti che alla fine non c'entrano un nulla tra di loro.
Solo che poi, quando il danno è fatto, in cucina rimane l'odore di un brutto piatto che andrà via arieggiando la stanza, nella tua vita invece il tanfo rimane attaccato alla tua anima.

Nel 90% dei casi, tali odiose ricette comprendono le salutarissime zucchine, stracotte e molli.
E ovviamente le decisioni che lasciano la puzza hanno a che fare con persone tanto tenere e insipide quanto simili alle succitate verdure.


Mi trovo a pranzo con lei, non è importante il nome o il come, è importante sapere solo che siamo opposti, in tutto.
L'acqua bolle, ci mette il sale, butta la pasta e non controlla il timer perché, come dice lei, la pasta la provi senza lo sbatti di metterlo, il timer.
Sta spadellando zucchine e salmone, ci vuole mettere la panna ma chiedo pietà, la panna a me fa letteralmente cagare.
Mi sfotte, mi prendo gli insulti e incasso in maniera bonaria, sono in quel monolocale che più che un appartamento pare un isolotto Ikea da quanto è impersonale, e mi guardo in giro: il cielo stamattina era grigio e piovoso, tipicamente novembrino, ora invece lascia intravedere un pallido sole che non aiuta per nulla il mio umore.
Guardo la pentola con la pasta che ci bolle dentro, la padella con le zucchine, poi guardo lei.
Dovrei essere felice, stamattina lo ero, ma era solo la felicità del viaggio, del nuovo.
Ora invece mi sento improvvisamente un groppo in gola.
Ero partito con l'idea di rimanere fino a sera e vedere chissà cosa sarebbe successo: uomo, donna, città sconosciuta, una mezza trama da film.
Ora no. Più sono qui più voglio tornare a casa, farmi una doccia, lavarmi via questa sensazione di sporco e disagio.

Mi viene da vomitare, sto resistendo e sorridendo, faccio buon viso a pessimo gioco e mi metto seduto su un divano scomodo con lei che guarda fiera il tappeto preso al mercatone con me un'ora fa, impersonale come il resto della casa.
Manco se mi avessero dato dei soldi avrei preso una cosa simile.
Scola la pasta, mangiamo e mi sento un condannato, bevo uno o due bicchieri di vino, poi gentilmente le dico che devo essere a casa presto e prendo il primo treno. 
Insiste per accompagnarmi e accetto, di malavoglia; vorrei essere solo perché alla fine mi rendo conto che il mio posto non è né lì né con lei.
Salgo sul treno e tiro un sospiro.  Finalmente si parte, il paesaggio è grigio, il mio disagio si è un po' affievolito ma non del tutto. Vorrei cancellare questa giornata, ma non è possibile, cosa fatta capo ha.
Me la porterò dietro per sempre, la vita è così, in fondo.

Ascolto distrattamente della musica, i soliti quattro dischi che sento quando non ho voglia di pensare, aspetto pazientemente la mia fermata, mi ricordo appena metto piede sul marciapiede della stazione che il rosso oggi si faceva tatuare; lo chiamo, mi dice che ha appena finito. Gli dico che sono lì vicino, tempo venti minuti e lo raggiungo, gli chiedo se gli va una birra.
Risponde che sono le quattro, ma che non è un problema.

Mio dio se odio le zucchine.

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