martedì 2 dicembre 2025

L'ODE AL PERDENTE

Fausto non ce la poteva fare. 
Dirlo adesso è facile, certo. Hai il tempo dalla tua parte, puoi verificare quello che è successo e renderti conto che no, lui non aveva una speranza che fosse una di cavarsela.
La vita non è un film americano o una commedia francese, dove prima o poi il debole si redime e vince. La vita è una merda, è piatta, è cattiva, te le fa scontare tutte e anche più di tutte.
A Fausto è andata proprio così.

Lo vedevi da subito, remissivo alle elementari, remissivo alle medie, bullizzato come un cane randagio alle superiori.
Era lo zimbello della classe, col maglione di lana senza maniche ormai desueto da quindici anni, nessun vestito di marca in un'epoca di apparenza ed edonismo, pallido, emaciato con gli occhialoni quando tutti facevano i fighi col bomber e le lampade UV-A.
Era preso di mira pure da quelli normali, perché a volte esagerava, sbroccava, era stanco delle vessazioni. 
Vessazioni fatte per la maggior parte da figli di papà, bulletti ricchi e viziati senza nessun problema.
E sì che pure lui era figlio di gente "bene"; il padre era uno stimato amministratore delegato di multinazionale, un pezzo grosso di quelli che contavano nelle associazioni di categoria, io ricordo però ogni tanto i lividi e le unghie rotte che si portava da casa, forse roba autoinflitta, forse roba dovuta a qualche voto brutto o a qualche ribellione casalinga, chissà.
Era calmo, zitto, lo vidi incazzarsi forse una o due volte in più di dieci anni. Era conscio della sua debolezza, impotente, lo prevaricavano tutti: i suoi, le suore, le professoresse, i compagni.
Non credo nemmeno avesse amici, la madre all'inizio delle superiori mi propose di fare i compiti assieme, ma ero terrorizzato dall'idea; nessuno vuole essere amico dello sfigato, nemmeno se sei uno sfigato più o meno uguale.

Finimmo la scuola, e ci si perse di vista. Abbandonai quasi tutti i compagni di classe, tranne qualcuno che frequentavo e da cui avevo gossip più o meno disastrosi degli ex compagni.
Quelli di Fausto erano preoccupanti, aveva iniziato a ribellarsi ma ormai era tardi, aveva più di diciotto anni ed iniziava ad andare fuori di testa. Vagabondava, lo vedevano in giro trasandato, poco in bolla.
Dentro di me ringraziavo di non averlo visto in giro, ma speravo allo stesso tempo si potesse riprendere, avere una vita normale.
Non volevo rivederlo, non volevo rivedere nessuno; ma la vita è strana e un giorno, in pieno centro, in un pomeriggio di primavera, io, con la Moretti in mano, lo vidi in mezzo a una strada, come una fotografia. Lo guardai, vestito uguale a quindici anni prima, nemmeno invecchiato, nemmeno sciupato, lui.
Rispetto a lui io avevo già vissuto due vite, lui era congelato in prima superiore, quantomeno come aspetto, pareva portasse pure gli stessi vestiti. Per un attimo mi chiesi se andare a salutarlo ma desistetti; a che sarebbe servito?
Le poche volte che mi tornò in mente fu quando veniva citato a qualche ritrovo con i compagni di classe, si ricordavano i disastri di scuola, veniva perculato e io l'unica cosa che ricordavo era quel pugno in piena schiena che gli tirai in modo gratuito e del quale non mi scusai mai.
Mi aveva fatto incazzare, aveva esagerato, ma alla fine dei conti io ero come lui: sfigato lui, sfigato io. Avevo più cose in comune con lui che con i fighi della classe.

Non troppo tempo fa lo sognai: era in una prigione, e io non sapevo cosa fare, cercavo di liberarlo, gli parlavo, facevo qualcosa. 
Mi svegliai nervoso, angosciato. Non dormii per qualche ora, e il giorno dopo, non so perché, controllai sull'applicazione del comune se per caso non fosse morto.
Fausto se ne era andato quasi un anno prima. Ne approfittai per andare a trovare mia madre, poi passai al cimitero da mio padre, e subito dopo da lui: dovevo vedere se era vero. 
La fossa, impersonale, non curata, era lì. Misi un paio di fiori presi dal mazzo per mio padre a lui e gli chiesi scusa.
Tornai a casa scosso, mandai un messaggio ai miei ex compagni pensando che magari gli fosse sfuggito, invece lo sapevano da un po'.
Seppi che Fausto era morto da solo, internato in un istituto, probabilmente infilato da qualche parente dopo la morte di suo padre. Forse era andato del tutto di testa, forse ne avevano approfittato per dargli il colpo di grazia e piegarlo e gestire l'eredità, non lo saprò mai.
L'unica cosa che so per certo è che un infarto se lo è portato via a nemmeno cinquant'anni.

martedì 4 novembre 2025

WILL YOU WAIT FOR THE SUN?

the cold water in which I stand
portrays the tears I once cried
I face a sunset of sweet sins
in a dusk of perishing hopes

Le zucchine non mi hanno mai fatto impazzire per colpa di quel molliccio che ti lasciano in bocca.
Se ti piace mangiare bene, le zucchine molli le ingurgiti solo se ti hanno cavato un dente o se hai novant'anni, altrimenti le mangi appena scottate in maniera che rimangano un po' croccanti.
Poi a me le zucchine non piacciono nemmeno troppo e non le mangio quasi mai, ma questa è un'altra storia.

A vedere troppi film a volte ti illudi che le cose assurde o opposte funzionino e che sarà tutto perfetto, un po' come certe ricette elaborate o con ingredienti che alla fine non c'entrano un nulla tra di loro.
Solo che poi, quando il danno è fatto, in cucina rimane l'odore di un brutto piatto che andrà via arieggiando la stanza, nella tua vita invece il tanfo rimane attaccato alla tua anima.

Nel 90% dei casi, tali odiose ricette comprendono le salutarissime zucchine, stracotte e molli.
E ovviamente le decisioni che lasciano la puzza hanno a che fare con persone tanto tenere e insipide quanto simili alle succitate verdure.


Mi trovo a pranzo con lei, non è importante il nome o il come, è importante sapere solo che siamo opposti, in tutto.
L'acqua bolle, ci mette il sale, butta la pasta e non controlla il timer perché, come dice lei, la pasta la provi senza lo sbatti di metterlo, il timer.
Sta spadellando zucchine e salmone, ci vuole mettere la panna ma chiedo pietà, la panna a me fa letteralmente cagare.
Mi sfotte, mi prendo gli insulti e incasso in maniera bonaria, sono in quel monolocale che più che un appartamento pare un isolotto Ikea da quanto è impersonale, e mi guardo in giro: il cielo stamattina era grigio e piovoso, tipicamente novembrino, ora invece lascia intravedere un pallido sole che non aiuta per nulla il mio umore.
Guardo la pentola con la pasta che ci bolle dentro, la padella con le zucchine, poi guardo lei.
Dovrei essere felice, stamattina lo ero, ma era solo la felicità del viaggio, del nuovo.
Ora invece mi sento improvvisamente un groppo in gola.
Ero partito con l'idea di rimanere fino a sera e vedere chissà cosa sarebbe successo: uomo, donna, città sconosciuta, una mezza trama da film.
Ora no. Più sono qui più voglio tornare a casa, farmi una doccia, lavarmi via questa sensazione di sporco e disagio.

Mi viene da vomitare, sto resistendo e sorridendo, faccio buon viso a pessimo gioco e mi metto seduto su un divano scomodo con lei che guarda fiera il tappeto preso al mercatone con me un'ora fa, impersonale come il resto della casa.
Manco se mi avessero dato dei soldi avrei preso una cosa simile.
Scola la pasta, mangiamo e mi sento un condannato, bevo uno o due bicchieri di vino, poi gentilmente le dico che devo essere a casa presto e prendo il primo treno. 
Insiste per accompagnarmi e accetto, di malavoglia; vorrei essere solo perché alla fine mi rendo conto che il mio posto non è né lì né con lei.
Salgo sul treno e tiro un sospiro.  Finalmente si parte, il paesaggio è grigio, il mio disagio si è un po' affievolito ma non del tutto. Vorrei cancellare questa giornata, ma non è possibile, cosa fatta capo ha.
Me la porterò dietro per sempre, la vita è così, in fondo.

Ascolto distrattamente della musica, i soliti quattro dischi che sento quando non ho voglia di pensare, aspetto pazientemente la mia fermata, mi ricordo appena metto piede sul marciapiede della stazione che il rosso oggi si faceva tatuare; lo chiamo, mi dice che ha appena finito. Gli dico che sono lì vicino, tempo venti minuti e lo raggiungo, gli chiedo se gli va una birra.
Risponde che sono le quattro, ma che non è un problema.

Mio dio se odio le zucchine.

mercoledì 5 giugno 2024

EPITAFFIO

Speravo che questo giorno non arrivasse, invece mi trovo costretto, per onestà intellettuale, a dover salutare tutti quei (pochissimi) lettori di pagina, blog, ecc. per non alimentare false speranze, soprattutto mie. Di seguito troverete un racconto, l’ultimo, per un bel po’ credo. La decisione non è presa a cuor leggero, ma trovandomi in una situazione di “stanca”, di vuoto creativo e con una serie di cose da seguire nella vita odierna, preferisco per il momento abbassare la saracinesca. Potrei riassumere il motivo con una parola di sei lettere, ma alla fine cosa importa? Divertitevi, o riflettete, leggendo l’ultimo qui sotto. 

Forse ci rivedremo.

Tempo fa, a insaputa di tutti i miei contatti più stretti, mi sono trovato a prendere un caffè, che poi sono diventati tre, con una persona con cui ho avuto una serie di digressioni molto pesanti. Personalmente sono uno che non scorda mai i torti, quindi sono arrivato all’appuntamento con una serie di appunti mentali su come demolire ulteriormente questa persona.

Solitamente sono molto bravo, e non lo dico per presunzione, a rinfacciare i torti subiti, e anche questa volta la cosa non è andata diversamente.
Questa persona si è aperta con me in maniera che non avrei mai pensato, mi ha raccontato del suo divorzio, della depressione, del fatto che malgrado adesso sia “a posto” con una nuova vita rimane ancora infelice ma, soprattutto, mi ha lasciato l’amaro in bocca una sua frase: “nessuno realmente sa come mi sento”. Ho pensato che spesso siamo un po’ tutti così. Un po’ tutti ci sentiamo incompresi, e un po’ tutti ci si incazza a bestia perché non ci si sente ascoltati o capiti dal partner.
E infatti gli ho risposto ESATTAMENTE così. Di contro mi ha detto che forse solo io lo capivo perché siamo simili e abbiamo la stessa visione della vita.
La conversazione l’appuntamento sono andati avanti su toni civili e tranquilli, io ho ascoltato lui, lui ha ascoltato me ma senza togliermi di dosso una strana sensazione di disagio che si è protratta anche la sera.
Quando ci siamo salutati, credo definitivamente, la faccia, l’espressione e il tono di questa persona lasciavano pensare a uno che volesse tagliarsi le vene.

Beh, direte voi, gliele hai dette tutte, che cazzo pretendevi?
Nulla, ovviamente. Solamente vedere lui in quello stato mi ha fatto pensare che forse non aveva tutti i torti, perché, alla fine dei suoi racconti, io mi sentivo esattamente come lui.

mercoledì 10 gennaio 2024

CHE COSA E' ANDATO STORTO?

Arrivi a un certo punto della tua età e, complice la convalescenza della solita influenza e un po’ di spleen serale, ti ritrovi con una serie di pezzi anni ’90 su Youtube che girano a caso illuminandoti la coscienza e dandoti quel po’ di depressione adolescenziale dove ti fai la fatidica domanda: “ma alla fine, in che momento della mia vita le cose sono andate nel verso sbagliato?”
Risposta univoca, ahimè, non ce n'è. Scelte ne facciamo tutti i giorni e cose più o meno errate ne facciamo e ne faremo fino alla morte. Personalmente in quella serata mi sono reso conto di una serie di tappe della mia vita che avrei dovuto prendere in modo diverso o anche solo affrontare con uno stato d’animo differente.
 
Perché sì, lo stato d’animo è tutto.

Comunque, benvenuti nei momenti in cui la mia vita ha preso un giro diverso.
Ovviamente, a pensarci meglio, adesso sceglierei eventi più importanti o dolorosi, forse, o forse ne metterei altri sessanta, chissà.


1988

Hai 14 anni, sei ancora indeciso se continuare a giocare col Lego o con le macchinine ma la musica inizia a fare un po’ capolino tra i gusti.
Sei materialista, quindi l’idea di avere qualcosa di “etereo” come hobby suona male. Perché non continuare a buttare soldi nei treni elettrici o nel Lego? Malgrado tutto però, complici i primi dischi pop in casa e qualche video gaelotto su videomusic decidi, malgrado il costo proibitivo, di comprare il tuo primo CD, “On through the night” dei Def Leppard.
Inizi a fantasticare sull’idea di suonare in una band ma un po’ sei pigro, un po’ sei giovane, un po’ non hai ancora capito che se vuoi rancare una donna la soluzione più facile è proprio suonare e magari abbandonare l’idea anni '50 di trovarti una moglie a 20 anni come hanno fatto i tuoi genitori.


1993

Sei alto, sei magro, sei appena uscito da scuola, perdi la testa per le ragazze sbagliate, non ci combini un cazzo e non hai capito che sei in quell’età dove veramente potresti fare di tutto ma, al solito, sei pigro.
Non ti iscrivi all’unicersità perché non hai voglia né di studiare né di pesare sui tuoi. Eppure, forse, se avessi fatto chimica la tua vita sarebbe andata in maniera differente, visto che ci eri portato.
Potresti valorizzarti un minimo e fare le tue prime esperienze ma preferisci comprare gli LP dei Benediction (nulla di sbagliato, ma magari fare anche altre cose non sarebbe male…) e rimanere a casa.


1995

Stai cercando un lavoro, che mamma vorrebbe in ufficio da impiegato, ma con un diploma da 36/60 te lo scordi.
Pochi dischi, perché hai pochi soldi, ragazze nessuna, qualche amico mutuato dalle superiori, tutti iscritti all’università.
A Luglio la proprietaria del Pink Floyd pub ti offre la possibilità di lavorare lì per l’estate, ma hai deciso che devi andare al mare.
Errore, grosso errore. 
E lo capirai molto più avanti.


1996

Lavori in Magazzino e inizi ad avere i capelli lunghi come volevi. Compri dischi in maniera smisurata, inizi ad andare ai concerti, ti senti un minimo più sicuro di te stesso ma rimani lo stronzo pigro di sempre.
Però dai, diciamo che il fenobarbitale di terapia è una buona scusa, per essere pigri.
Ovviamente di ragazze manco l’ombra. Arriva di tutto, ma non quelle: che sia la puzza di disperazione, o l’idea di trovare a vent’anni la donna della vita non è chiaro, sta di fatto che al solito non ti accorgi di chi ti piove intorno e viceversa.
Ti sei comprato un basso ma morire se ti ci alleni, a malapena sai schiacciare due corde e non sai nemmeno come si cambia la muta.


2000

Era tutto perfetto: terapia, band, collezione di dischi, capelli lunghi e setosi col balsamo, idea di rapporto duraturo… ma no, qualcun'altra ha deciso che la vita doveva cambiare e oplà. Ti ritrovi a passare l’estate a Milano da solo, con l’unica colonna sonora possibile che è “The Great Beyond” dei REM (ed è un miracolo che non mi sia appeso al lampadario) e la decisione di mollare tutto al passato: magliette, capelli, cd black metal, band… sei talmente stufo di tutto che devi fare piazza pulita.

E lo fai.

Onore al merito, ma non troppo: perché buttare tutto nel cesso e cancellare il passato non è mai la decisione giusta, mai.
Il problema è che sei testardo, non senti ragioni, e tutto pur di trasformarti in qualcosa che non sai nemmeno tu se vuoi.
Ti capita la ragazza della vita (almeno per il momento) ma sei troppo impegnato a guardare indietro e non te ne accorgi.


2002

Non suoni e non ti pesa. Ti diverti e sprechi giornate su giornate in compagnia, compri dischi ma stavolta non metal, in maniera completamente impulsiva.
I Capelli rimangono lunghi ma non è più un mantra.
Viaggi un po’ di più, ma nemmeno troppo, in compenso hai interi Week end di cui non conservi ricordo.
Hai amici, pochi. Amiche, tante. Anzi, amiche che in alcuni casi vorresti vedere orizzontali ma non ti cagano perché sei brutto, pensi tu.
La verità è che non ti imponi, sei troppo accondiscendente mentre, detto da loro, vorrebbero qualcosa di meno gentile di te e più gentile del loro ragazzo.


2004

Maggiolino.
Moglie.
Dischi.
Continui a non suonare (ma nemmeno ti manca più, poi, diciamocelo). Inizi a rivalutare un pezzetto del tuo passato ma nemmeno troppo. Tutto inizia a diventare meno bianco o meno nero, ma ti va bene, alla fine. Col passato non ci fai pace o, almeno, non ci pensi più di tanto. Inizi a diventare pigro anche sull’odio, almeno in questo periodo.
È tutto nuovo, non proprio come lo hai sognato ma una specie.


2015

Le avvisaglie di qualcosa che non va ci sono tutte ma, per la solita pigrizia non le ascolti.
Iniziano le crisi, gli acciacchi, i capelli corti.
Malattie croniche ne abbiamo, ma non abbiamo né tranquillità né figli, come pensavi avresti avuto quando avevi 12 anni.
I capelli sono grigi, i dischi sempre di più, la band in cui suoni è in una fase di mezzo, ma l’unica cosa che ti tiene fermo è la speranza di poter proporre cose tue e l’essersi reso conto che ti mancava tanto, suonare.


2020

La costante in tutti questi anni è che non hai mai smesso di comprare dischi. Di qualsiasi genere, formato, supporto.
Hai l’ottima scusa, tra disastri personali e pandemia, per non fare un cazzo. Invece incredibilmente ti metti in forma, impari cose nuove, prendi fiducia in te stesso e sei molto più attivo di quanto lo abbia mai fatto negli ultimi anni.
Non suoni in una band da qualche anno e ti va bene così. Hai messo su la tua, di band, e sei molto più soddisfatto anche se le cose alla lunga sono durate poco. Hai scritto un libro in dieci giorni, ne hai un altro che sarà pubblicato ma non sai quando ma, malgrado tutto, non ti reputi un artista ma solo un povero stronzo che ha la fortuna di scrivere.
I capelli sono un po’ come vengono, ma iniziano a decidere che non hanno più voglia di rimanere in testa. Cruccio temporaneo, impari presto che rasarsi una volta a settimana la testa non è sto gran delitto.


2023

I capelli sono un lontano ricordo.
Hai un monte di dischi che aumenta quasi ogni giorno ma spesso e volentieri non sai cosa ascoltare o ti manca il pezzo dello stereo per poter sentire il supporto desiderato.
Non hai da tempo moglie, maggiolino, band. Hai una vecchia Renault che ti sei ripromesso di sistemare ma che non fai mai vedere, una nuova ragazza e teoricamente due band anche se nessuna continuativa.
Ti propongono di suonare o ti buttano d’improvviso nelle band ma non hai capito come ti senti: un po’ ti manca suonare, un po’ vorresti vivere in un bozzolo e dormire 23 ore al giorno come un koala.
La cosa curiosa è che spesso e volentieri ti ritrovi lo sguardo indagatore di un piccolo cane nero che non sai che si chiede cosa pensi o se implora per ulteriore cibo.

mercoledì 22 febbraio 2023

IL MENHIR

Un monolite.
Mi sento così.
Un menhir, una pietra, uno Stonehenge umano.
Malgrado faccia sempre cose diverse o cerchi di scampare alla mia vita, ritorno a tuffarmici con tutti i piedi nella routine. Forse sono troppo severo con me stesso mentre vedo gli altri che sono troppo indulgenti, forse iperanalizzo le situazioni. Sono ipercritico. E pure ipercretino.
Eppure il più delle volte mi pare di non aver fatto granché in vita mia.
Non sono famoso e nemmeno mi interessa, dopotutto il quarto d’ora Warholiano ce lo hanno tutti, prima o poi. Io facilmente lo avrò da morto, la platea più numerosa sarà presumo al mio funerale per uno spettacolo dove manco occorre che mi metta a parlare. Buffo, no?
Mi guardo in giro, staccando gli occhi dal cellulare: a fianco a me studenti, impiegati, persone varie che bene o male vedo ogni mattina.
E sono quasi sempre gli stessi, differiscono solo per i vestiti o il trucco.
Vedo qualche somiglianza con qualcuno che conoscevo. No, non è lui o lei, solo uno che gli somiglia, e la memoria riparte: chi è scomparso, chi ha divorziato, chi sta aspettando un figlio, chi si è trasferito.

Bene o male sono tutti cambiati.

E io? Dicono che abbia cambiato un po’ tutto, ma mi sento sempre il solito. L’unica cosa, qualche acciacco in più e i capelli in meno. Invecchio, mi sgretolo come una pietra con l’erosione ma rimango sempre lì, tra la soddisfazione di una stupida coerenza e il rimpianto di non aver preso il coraggio per scappare dalla buca che mi sono scavato con le mie mani.


Alle 17:00, sempre alle 17, cascasse il mondo se regalo un minuto di straordinario, esco dall’ufficio e volo verso casa. È una giornata grigia, non fredda ma uggiosa, una tipica giornata della Milano che mi piace. Non piove, ma l’umidità e il grigiore ti entrano nelle ossa.
L’unica differenza con gli ultimi dieci e passa anni è che oggi l’azienda ha deciso di darmi un premio. Nulla di che, è credo uno dei più bassi della ditta e lo hanno dato a tutti, ma non mi interessa. Alla fine l’ho preso e la cifra, per molti un’inezia, specie nel mio ufficio, per me è ragguardevole.
Molti mi hanno criticato, ma che devo fare? Sono bloccato in un ambiente tossico, a causa di età e reddito non riesco a cambiare, il mercato del lavoro offre sempre meno e no, grazie, ho un mutuo da pagare. Finché ho un posto fisso rimango qui, poi si vedrà, a meno che non trovo veramente l’occasione dei sogni.
In questo caso non è pigrizia, è realismo. Non posso permettermi salti nel buio, alla mia età e con la mia situazione. Quindi rimango bloccato qui, come molti, del resto.

Pazienza, ho altro. Metterò via il premio, ma come minimo mi organizzo una sera speciale con la mia compagna. 
Chiamo Marta.
“Pronto?”
Ha alzato il ricevitore ma non parla, tipico suo.
“eeeh…”
“Senti, so che sei incasinata, ma posso chiederti un favore?”
“Certo, di che hai bisogno?”
“Potresti prenderti un paio d’ore uno di questi giorni?”
“No, ecco, lo sai che non posso, sono incasinata, è un macello, ne avrò per almeno una settimana.”
“Vabè, ma non puoi dirmi almeno un giorno in cui puoi prendere mezz’ora?”
“Eh, la fai facile tu, esci sempre alle cinque, orario spaccato, mica sei come me che ho sempre macelli e faccio il giro dell’orologio.”
“Ma…”
“Non capisci, sono nella merda, mancano tre colleghi, non posso! Ci vediamo dopo, ciao!”
Chiude il telefono, io rimango a fissare lo schermo.
L’unico premio così grosso della mia vita, avevo pensato a qualcosa di speciale. 

Non so, regalarle una serata a teatro, una cena romantica, tutto assieme, farle fare il giro di Milano in tassì, qualcosa di speciale, qualcosa che potesse dimostrare che non sono un menhir fisso in mezzo al bosco e che anche io posso fare qualcosa di speciale con lei, per lei.

Ma è andata diversamente, e anche se stavolta non sono io l'artefice del mio immobilismo cosa importa?
il risultato non cambia, il menhir resta lì, saldo, al suo posto.

Wrote a song for everyone
Wrote a song for truth
Wrote a song for everyone
And I couldn't even talk to you

venerdì 17 febbraio 2023

SONO SOLO SCARPE

È incredibile come le più piccole cazzate ti facciano tornare in mente dei ricordi sepolti da decenni.
Stamattina, per esempio, ero in metropolitana, accalcato assieme ad altri sfigati come me in direzione lavoro che aspettavano il loro carro bestiame con relativa corsa al posto a sedere, che mi è capitato di piazzare i miei piedoni su una pozza, credo, di detersivo.
Credo perché non l’ho assaggiato e beh, fosse stata piscia me ne sarei accorto dall’olezzo.
Un pensiero va sull’altro e, grazie forse a un neurone (uno dei pochi che ancora mi girano nel cervello, direbbe la mia compagna) che rimbalzava sulle sinapsi, mi è tornata in mente l’epoca in cui andavo a scuola.

Cosa c’entra, direte voi?
Il trait d’union sono state le scarpe: io avevo i piedi su ‘sta pozza e mi sono messo a guardare le mie Asics prese in un outlet a 40 euro e l’occhio mi si è allungato sulle scarpe altrui, prevalentemente Nike. Da lì mi è partito un volo pindarico sulle Timberland, i paninari e l’edonismo degli anni 80.
Premessa: come qualcuno sa io sono andato a scuola dalle suore.
Elementari, medie, superiori, esperienza completa.

La privata fu una scelta fatta da mamma, ansiosa, per evitare scuole “brutte” dove in teoria era capitato mio fratello maggiore. E allora, mio malgrado, mi sono ritrovato a bazzicare pretume e gente prevalentemente benestante (benestònte, direbbe la Panerai) benchè fossi di un’estrazione sociale ben diversa. Potessi tornare indietro farei altro, ma ero piccolo e non decisi io.

Sì, ma che c’azzeccano le scarpe, direte voi?
Giusto.
Tolte le emementari (è un typo, ma troppo gustoso per non lasciarlo, effettivamente da piccoli siamo tutti dei meme), ricordo che alle medie ESPLOSE la moda dei paninari. Quindi marche, gergo, panini, fumetti apposta tutti sull’essere figo/abbronzato/spavaldo/che ostenta. Se vi ricorda qualcosa o qualcuno, tipo un’intera classe politica o i giovani d’oggi, sapete a chi dare la colpa, io sono vecchio e stanco.
Quindi, dicevo, io ero a scuola, con le scarpe “Soldini”, le tute del mercato con due strisce al posto di tre, i maglioni di nonna, la roba di mio fratello addosso e, se andava bene, un paio di Jeans Wrangler presi in Via Vallazze.
I miei compagni di classe avevano Timberland, calze Burlington, Fred Perry, maglioni Stone Island, scarpe Nike, i 501 della Levi’s col risvoltino, le cartelle della Naj Oleari e la Smemoranda (manco quella potevo permettermi. Alla scuola di suore ci mollavano loro il loro diario con le massime dei preti, poi mi parlate dell’indottrinamento di SS o integralisti islamici…).
Ricordo anche nettamente, su non so che giornale, la pubblicità di un paio di Timberland DA BARCA.

Ripetete con me: SCARPE DA BARCA.

Che vidi addosso a un mio compagno di classe una settimana dopo.
A Novembre. A Milano Lambrate. Con la Pioggia.
Scarpe da Barca ---> Milano a Novembre.

E, bene o male, erano tutti così. Anzi, eravamo perché ci cascai brevemente pure io: mi comprai un paio di Nike (che durarono un pelo più delle Soldini), e dei 501 presi difettati da un negozio che li vendeva a metà prezzo.
Ovviamente, non era abbastanza per il classismo dilagante dei ricconi delle medie, quindi non è che fui dileggiato, ma venni visto come il “wannabe”. Come tutti i ragazzini ci rimasi male il quarto d’ora accademico e cercai altri lidi. Non ero manco grande e grosso per menargli, visto che il metro e 90 lo raggiunsi molto tardi, verso la terza superiore.
Quindi subii.

E le prese per il culo continuarono quando scoprii Iron Maiden et similia e “cercai” con molte virgolette e disappunto soprattutto da parte di mamma, da vestirmi da metallaro. Perché ovviamente erano tutti tossici e barboni.
Insomma, ero fregato. Però almeno non ero così imbecille da mettere le scarpe da barca a Novembre, ed è già qualcosa.

Questo è lo scherzo che la memoria mi ha portato a rivivere oggi assieme a una considerazione: tre quarti di questi ricconi spavaldi che poi son diventati fasci autarchici e strenui difensori dell’Italia, erano quelli che prendevano un bel paio di Timberand americane a 150 piotte correndo il rischio di farsele fottere e snobbando il paio di “timberland generiche” fatte in Italia che costavano meno e duravano uguale.

E oggi ci si lamenta che le aziende italiane hanno chiuso e tutte ste belle vaccate.
Arbore diceva “meditate gente, meditate!”

Non ditemelo, lo dico da solo: sono un vecchio di merda, poi mi bevo un bianco spruzzato.

mercoledì 4 gennaio 2023

SCAFOSSO

La vita quotidiana in un paesino di montagna di trecentosettantasette anime quasi completamente isolato come Scafosso era a dir poco monotona: ogni giorno succedevano sempre le stesse cose, le persone erano sempre le stesse, non si muoveva alcunché
Era il perfetto paese da film Horror o da drammone sociale all’italiana: età media alta, praticamente nessuna nascita, non c’era nessun interesse industriale, turistico o agricolo nei dintorni.
Insomma, un bel paese dimenticato da tutti in fondo a una serie di tornanti dove ci si capitava di proposito e mai per errore, un borgo con una storia lunga ma che sarebbe prima o poi terminata con il decesso dell’ultimo abitante rimasto a meno che non si fosse spinto per ripopolare il paese.

E sì che a partire dagli anni ‘60, dal famoso boom economico, di interventi per rianimare Scafosso, che era già moribondo allora, se ne fecero, ma quasi nessuno andò a buon fine e la maggior parte durò come palliativo solo pochi anni riportando i numeri della popolazione allo stato iniziale.
Scafosso era, e rimaneva, IL borgo in cima al monte in fondo alla strada, ma fortunatamente autonomo: c’era la drogheria, il fruttivendolo, il panettiere, l’ufficio postale anche se sempre vuoto, la scuola, che perlopiù si impegnava come biblioteca e per lezioni agli anziani, la banca e l’ufficio comunale, anch’esso abbastanza privo di lavoro se non per qualche pubblicazione di abitanti emigrati altrove che si sposavano, qualche atto e i certificati di morte.

Ma la vita per Scafosso stava per conoscere un piccolo cambiamento: il 29 febbraio l’impiegato del comune, Michele Terzagni, fu trovato in casa esanime. C’era ben poco da fare perché il Terzagni era l’ultimo della sua famiglia rimasto, figlio unico coi genitori sepolti nel paese, senza moglie, né figli o eredi altri.
Il corpo fu così portato dal becchino nella cella frigorifera del macellaio del paese che lo conservò giusto il tempo per preparare il funerale e ricevere il nulla osta dal sindaco che firmò le carte e contestualmente richiedere all’ufficio provinciale una persona in sostituzione del Terzagni.
Il funerale (e la conseguente richiesta) partirono il 4 marzo con il Terzagni seppellito nella tomba di famiglia e la richiesta del sostituto partita regolarmente dalla posta del paese, a cura della Signora Borghi.
Sarebbe tutto filato liscio se non fosse che le poste prima e la Burocrazia poi ci misero lo zampino: la richiesta del sostituto di Terzagni andò persa non si sa dove e non se ne seppe più nulla.
Non fu possibile nemmeno rifare daccapo la domanda di sostituzione dell’ormai fu Terzagni perché non si poteva inoltrare una nuova domanda prima di aver ricevuto il rifiuto della vecchia, occorreva sollecitare la pratica esistente prima di procedere con la nuova, ma essendo la vecchia perduta senza alcuna prova tutto questo creava una enorme empasse e notevole ritardo nella nomina del nuovo impiegato dell’ufficio comunale di Scafosso.

La situazione rimase così in stallo, irrisolta, anche se la vita per Scafosso continuò in maniera placida, monotona, fino al 27 dicembre quando la marchesa Brinzilli, padrona della villa che dominava la valle e tenutaria della vigna omonima fu trovata priva di sensi nella sua scuderia.
Il medico, prontamente avvertito dallo stalliere, la trovò ancora viva ma iniziò a temere della sua lucidità quando si rese conto di cosa aveva tra le mani: La marchesa aveva infatti l’osso del collo spezzato, una cosa incompatibile con la vita, ma era a tutti gli effetti viva e vegeta.
Per quanto non ci si potesse dare una spiegazione logica, il medico curò la marchesa e quasi si dimenticò della cosa finché a qualcuno venne in mente una strana coincidenza: nessuno, dopo la dipartita del Terzagni, era più morto.

La mancanza di un burocrate che notasse i decessi aveva fatto sì che a Scafosso si smettesse di morire.

E fu così che a Scafosso non morì più nessuno. La vita nel paese riprese placidamente come sempre, senza sussulti, come era ormai da decenni.