sabato 23 luglio 2022

FA CALDO, PENSO TROPPO

Non è la prima volta che uso il blog per dei post ‘avulsi’ che non siano memorie, racconti, o storie altrui.
Credo sia la terza volta in sei anni che lo uso per considerazioni personali o sulla vita in genere.
No, nulla a che fare con Virus, guerra o politica. Se mi conoscete un attimo o se avete letto bene i racconti qui sopra vi sarete fatti un’idea del come la penso, per cui credo sia inutile ribadire concetti già noti.
Quello che mi frulla in testa con questo caldo allucinante è che finalmente ho raggiunto la consapevolezza relativamente a una serie di cose.

Ho quasi 50 anni e ho fatto il mio giro di esperienze, se devo ammettere parecchio diverse da quello che pensavo sarebbero state a 18 anni, ma quello vale per tutti, credo.
Alcune cose sono state più positive, altre più negative, altre semplicemente diverse o diversamente interessanti. E così, con già 30 e passa gradi di una mattina di luglio mi ritrovo a fare dei bilanci in attesa di un autunno caldo, almeno per me.

A fine anno uscirà il mio quarto libro (il terzo se non vogliamo contare il primo che considero un ‘demo’) e, visto quando e come l’ho scritto, mi chiedo cosa mi inventerò per promuoverlo, visto che al di là dei racconti e dell’ultimo questo è stato scritto tempo fa e parla in maniera forse troppo personale di me. Qualcosa mi inventerò, come sempre, sperando di non scadere troppo sullo strappalacrime o strappamutande.

Malgrado la voglia di suonare o comporre mi pervada (in maniera intermittente visti certi impegni personali o il caldo) la consapevolezza che ormai non riuscirò mai a pubblicare un disco dove ci sia uno o più brani miei è diventata, anziché frustrazione, una tranquillissima consapevolezza. Magari succederà, magari è già successo e mi hanno rubato i riff (chi lo sa!) ma nel caso non mi strapperò certo i capelli, tanto più che non li ho.

Le amicizie, a un certo punto si rarefanno, si perdono, si sfilacciano, ma alcune tengono o ci si ritrova. Fortunatamente per me, ho smesso da anni di pensare in maniera ‘stagna’ al “se sei metallaro (inserite quello che volete, io vengo da quella sottocultura) sei una brava persona”. Ci sono persone brave e gente di merda lì fuori, quindi la cosa fondamentale è riconoscere e distinguere a occhio merda da cioccolata: nessuno si vuole sporcare la bocca, no?
Recentemente ho avuto modo di rivedere certe persone con cui ho avuto ‘problemi’ e mi sono successe due cose:
  •  - l’eventuale problema è svanito in una bolla e non ci si vede spesso solo per mancanza di tempo.
  •  - l’eventuale problema per me è svanito davanti alla consapevolezza di aver frequentato una risma di falliti che non valevano il mio tempo, pertanto buona vita.

Direi che è tutto. Nel Caldo infernale della milano di fine Luglio Ascolto gli Hyponic (doom cinese) e mi bevo l’ennesimo caffé.

Ci vediamo al pub, alle presentazioni, a qualche concerto o non ci vediamo più, va bene tutto.

martedì 10 maggio 2022

L'ULTIMA OFFENSIVA

Finalmente al sicuro, finalmente ho chiuso tutte le porte.
Isolato finché vuoi, ma in tempi come questi non ci si può fidare di nessuno: basta vedere cosa sta succedendo al fronte, nei vari comandi, perfino ai generali di stati neutrali.
È una moria totale, si incolpano l’un l’altro dei decessi, nessuno sa chi sia il mandante o la spia, nessuno sa perché ci si ammazza a vicenda tra i militari di alto rango.
Io sono un soldato, non c’è un motivo, ci sono ordini da rispettare, mi viene chiesto di fare saltare qualcosa o prendere un avamposto, lo faccio. Costa delle vite? Non sono vite, sono danni collaterali. Che siano soldati, civili, animali, o altro. Se è una zona di guerra sono affari tuoi se rimani lì. Ormai siamo nel ventunesimo secolo, dove è la guerra lo sanno tutti appena scoppia, inutile nascondersi.
Eppure, sono lì a piangere la nonna di novant’anni che non ha lasciato la casa.
Se dovessi piangere io ogni diciottenne mandato su una mina antiuomo avrei gli occhi perennemente asciutti.
Ma è la guerra, sono battaglie, sono ordini da eseguire.
È l’onore, l’appartenenza al corpo, il prestigio.
Per quello io devo continuare, la mia nazione lo vuole, non posso lasciare il comando e questo mondo.
Io devo stare attento, mi spiace per gli altri.
Il Colonnello Morley, il sergente McAllister, il generale Ludendorff, il sergente maggiore Goscinny.
Tutti morti recentemente, non si sa come, credo suicidio perché, in questa guerra totale, non hanno sopportato la pressione e l’hanno fatta finita.
Inutile girarci intorno, erano deboli, si sono lasciati sopraffare dall’emozione, dal sentimentalismo, ma bisogna essere freddi, in momenti come questi.
È ormai notte, domattina alle cinque spaccate ci sarà la grande offensiva, ci sono molte cose in ballo. Guardo dalla finestra, le sentinelle fanno la guardia. Il palazzo è blindato, le porte sono chiuse, gli allarmi di massima sicurezza attivati.
Chiudo gli scuri di metallo, sono finalmente in pace, isolato nella mia stanza.
Un letto, una scrivania, una piccola agenda.
Mi basta, il resto è in cassaforte nel salone di sotto. Domani lo recupero un’ora prima dell’ordine di attacco.


…ma questo ronzio?
Una specie di sibilo.
Lo sento, sempre più forte.
Strano.


“Generale, povero lei.”
Eh?
“Generale.”
Mi giro.
“Chi sei? Come sei entrato?”
“Soldato semplice McCready, ventinovesima divisione di stanza a Thiepval”
È un’allucinazione.
“Sono stanco, sei un’allucinazione. Non è possibile tutto ciò.”
“Lo ha detto anche McAllister. Generale, mi offre una sigaretta?”
“Sei un’allucinazione.”
“Generale, io sono il frutto di ordini sconsiderati di gente come lei. Mi offre da fumare?”
Impietrito dalla mia allucinazione, porgo un sigaro. L’allucinazione lo accende. Aspira, espira.
“Dio, quanto mi mancava fumare. Vede, Generale, la vita a Thiepval non era troppo facile. Per me è stata anche breve. Sono durato venti giorni, al fronte.”
Thiepval, Thiepval… mi suona… ma certo, la Somme! E in effetti questa allucinazione e vestita come un soldato di fanteria della Prima guerra mondiale.
“Generale, ti mostro una cosa.”
Sono sempre fermo, impietrito. Si avvicina di un passo, mi appoggia le braccia sulle spalle. Sento prima un brivido, poi un dolore immenso al petto, poi vedo: vedo tutto: trincee, morti, feriti, disperazione, orfani mutilati, distruzione, i danni collaterali, ma visti dal punto di vista straziante di ogni vittima.
“Cosa sei.”
“Generale, io per i tuoi antenati non ero nulla se non una lettera per mia madre, una croce in Francia e una medaglia sul tuo petto, e tanti altri come me. Ora invece sono un fantasma che visita chi ci ha mandato a massacrare per la vostra cupidigia. Fa male vedere certe cose, vero?”
Non rispondo, non so cosa dire, sto malissimo, penso che non è vero, non può essere.
“Nessuno ci crede, dopotutto tu, Generale, non ascolteresti mai un fante. Ma tra poco sentirai uno sparo: è il tuo sergente maggiore, colpevole come te di tanto dolore.”
Sento lo sparo. Bussano. Il tenente mi dice che Galloway si è sparato. Insiste a bussare, ma non riesco quasi a parlare.
“Ma, quindi, i generali morti…”
“Generale, prendi la pistola. Dopo non farà più male.”
Estraggo la rivoltella, carico il colpo, guardo quello sguardo glaciale e spento.
“Bravo, Generale. Un colpo solo e avrai la pace.”
Lo guardo, sto per aprire bocca, mi anticipa.
“Sì, avrai quello che meriti.”
Premo il grilletto, sento il colare del sangue sulla guancia, nel mio ultimo attimo di vita colgo l’ultima frase del soldato:
“Finalmente vedrai l’inferno che hai causato a troppi, Generale. Addio.”

lunedì 25 aprile 2022

UNA BRUTTA INDIGESTIONE

Questo che leggerete è il finale di tre racconti, ovvero 'all work and no joy makes Alfio a dull boy' e 'la cena degli Alfio'. Buona lettura.


Mi fa male la testa, mi sta proprio scoppiando.
Mi rendo conto di essere in un letto d’ospedale e sono sfinito, completamente senza forze.
‘Come stai?’
Sara.
‘Sfinito. Sono sfinito. Ma dove sono?’
‘A Trento. Ti hanno portato qui d’urgenza, sei svenuto nella piazzola del ristorante. Pensavano fossi ubriaco perché urlavi, invece si sono resi conto dopo che stavi delirando e ti hanno portato qui.’
Mio dio, sono DAVVERO così andato?
‘E il medico che dice?’
‘Che vuoi che dica, ti hanno portato dentro stanotte, stanno facendo tutti gli esami e come sempre devono vedere e non dicono nulla, speriamo non sia nulla di grave e che sia solo un banale esaurimento.’
Già, un banale esaurimento. Non ci avevo mica pensato, fino adesso. Ma potrei avere qualsiasi cosa, un’emorragia, un tumore, chissà che altro. E magari le allucinazioni sono dovute a quello. Non so nemmeno cosa sperare.
‘Ma tu da quanto sei qui?’
‘Dalle sette di stamane, sono partita appena mi hanno chiamato.’
Mi sento una merda, l’ho fatta preoccupare, correre, piangere per cosa? Perché sto andando via di testa. Spero almeno ci sia una causa… non è bello comunque, ma almeno mi sentirei meno in colpa verso Sara. È qui, ancora più tirata, nervosa, con gli occhi pesti. Sorride nervosamente ma lo vedo che è preoccupata, la conosco.
‘Sara, ma come sei organizzata, adesso? Torni a casa, dormi qui?’
‘Intanto parlo con un medico e mi faccio dire, poi vediamo. Che non è che ti si lascia qui dassolo.’
Suono il pulsante dell’infermiera, arriva la moldava di turno, mi chiede che voglio. ‘Parlare col medico’, rispondo, voglio sapere cosa devo aspettarmi da un ospedale di Trento.
Dopo qualche minuto, entra un dottore sulla sessantina, un po’ claudicante, con lo stetoscopio buttato a caso sopra il camice slacciato.
‘Oh, si è svegliato. Buongiorno.’
Cominciamo bene. Perspicace, il dottorino.
‘Senta dottore, forse ha anticipato qualcosa alla mia compagna ma volevo sapere perché sono qui dentro.’
‘Aspetti.’
Sfoglia la cartella, legge, esce, sparisce dieci minuti mentre io divento sempre meno paziente e ricompare.
‘Perdoni, sono appena arrivato e dovevo vedere il quadro clinico e gli ultimi referti. Fortunatamente per lei, Busalla, non c’è nulla di patologico, nessuna emorragia, nessun aneurisma, nessuna lesione…’
‘Scusi, ma allora perché diavolo sono qui dentro?’
Ho la bestemmia sulla punta della lingua e un senso di colpa nei confronti di Sara grosso come un palazzo.
‘Si è beccato un bell’esaurimento. Gli esami del sangue sono sballati e tutto indica una situazione di fortissimo stress.’
‘Quindi posso tornare a casa e riposarmi?’
‘Non proprio. Adesso lei si passa qui altri tre giorni, facciamo ulteriori esami, poi la dimettiamo e vediamo se è il caso di darle una pastiglia per aiutare, almeno temporaneamente, la situazione.’
Già mi sto incazzando, tre giorni qui dentro e Sara chissà dove a dormire. Sto per aprire bocca ma lei mi precede.
‘Beh, se son solo tre giorni si può fare la ringrazio dottor…’
‘Alfieri. Alfio Alfieri. Lo so, suona strano, ma mia mamma ha avuto un gran senso dell’umorismo, diciamo così.’
Non fossi pietrificato dal terrore riderei.


Ho cenato decentemente per essere in ospedale, e mi sto rilassando guardando vaccate in tv. Mi sento meglio, decisamente. Tolto quel senso di colpa verso Sara e come l’ho fatta correre e preoccupare sto bene. Non ho nulla, devo riposarmi: semplice.
Appena torno a casa vado veramente a farmi una vacanza via, mi sento già meglio ma voglio recuperare ancora di più.
Entra il medico di turno, mi ero scordato del giro serale.
Si avvicina in maniera molto pacata, mi guarda in modo quasi paterno. Mi appoggia una mano sulla fronte e mi accarezza.
‘Alfio, Alfio… ma tu pensavi di sfuggire? Ma tu pensi davvero che sia tutto un esaurimento?’
Sono pietrificato, mentre lui continua a parlare: ‘Noi siamo te, e tu noi.’
Mi sorride in modo innaturale mentre la sua faccia cambia, diventando lentamente la mia.

domenica 17 aprile 2022

ALL WORK AND NO JOY MAKES ALFIO A DULL BOY

26 febbraio


Sono sfinito.
Sto tirando l’una di notte ogni sera e non vedo ancora la fine. Accidenti all’editore e alla sua idea del cazzo di anticipare la presentazione di tre mesi in tempo per il Lucca comics.
Praticamente non faccio altro che disegnare, tolte un paio di pause per doccia, pasti e bagno.
Non ce la faccio più, proprio più.
Disegni, disegni, disegni di un progetto di merda che manco mi piace, tutto strano senza senso, troppo scuro e negativo.
Mi chiedo chi legga una vaccata simile ma, d’altronde, pecunia non ole, io di sicuro non ci spenderò dei soldi.
Basta, cazzo. Sono le due e mezza, vado a dormire.


11 marzo – ore 01:30


Sono passate due settimane e sono messo ancora peggio: sempre più stanco, sempre più insonne e con sempre più lavoro.
Sara è pure a Firenze dai suoi con quella rompicoglioni di sua sorella, e io non ho nemmeno l’alternativa di due chiacchiere ogni tanto.
Dormo poco, lavoro, mangio, vado al cesso, lavoro, torno a dormire.
E via, di nuovo, sempre uguale.
Sto vivendo così da ormai quattro mesi e la situazione, a causa della bella idea dell’editore, è pure precipitata.
Basta, dai, è l’una e mezza. Vado a letto.
‘ma che ti frega, manda tutto in vacca’
Eh? Ho le traveggole o ho sentito una voce nello studio?
Accendo qualsiasi luce, guardo ovunque: nulla.
Perfetto, sono esaurito. Non vado, volo, a letto. Perché sennò qui va veramente tutto in vacca.


11 marzo – ore 04:00


Sono le 4, non riesco a dormire: mi sto rigirando da almeno mezz’ora.
Mi sono alzato già sei volte, ho guardato un horror, le ho provate tutte, pure a fare i conti di casa: niente.
Riprovo a vuotare la mente, a concentrarmi sul buio, sul nulla: forse ce la faccio a prendere sonno.
‘Manda tutto a fare in culo, non è vita questa!’
Di nuovo, dallo studio.
Accendo l’impossibile, controllo: niente.
‘sono le 4 e mezza, due rumene in Tibaldi le trovi. Sei a casa da solo, vai a puttane e divertiti, nessuno lo saprà mai!’
Ma chi cazzo è che par… NO, cazzo, non può essere: Il protagonista delle tavole, quegli obbrobri di merda, una storia tipo Dorian Gray ma molto più scadente, mi sta parlando.
Non è mica il video degli A-ha, non siamo negli anni ’80, non è una favola.
‘vai a divertirti. Sfogati, fottitene delle consegne, bevi, vai a troie, manda a fare in culo l’editore, non vedi che non ti piace questo lavoro?’
Ho le traveggole, sono esaurito, è solo il mio inconscio che vola con la fantasia.
‘inconscio un bel cazzo.’
Eh, allora, chi cazzo saresti tu?
‘Alfio.’
Ma cosa il cazzo.
‘Non è che se hai un nome originale ce lo hai solo te.’
Naaah, io sono stanco, adesso torno subito a letto.
‘Aspetta, cretino. Ma non sei stufo di fare lo schiavo per due spicci e una vita di merda?’
E chi non lo è, dico io.
‘Alfio, te lo dico da Alfio: lo sai cosa non va in vita tua. Fai qualcosa, o finisci male. Hai bisogno di qualche avvertimento?’
Ma sì, dai, mandami un segno, un avviso, una cartella esattoriale... Io intanto vado a dormire eh, che domani ho l’ennesima giornata di merda.
‘Lo hai voluto tu.’


17 marzo – ore 10:00


Sono due giorni che Sara non risponde. Visualizza i messaggi e non chiama: non è da lei.
Io sto lavorando senza sosta e non ho avuto nemmeno il tempo di uscire di casa, magari dovrei andare a farmi due passi, prendere un po’ d’aria.
Mi sa che è meglio, almeno mi ripiglio anche delle allucinazioni degli ultimi giorni. Troppo lavoro…
Non faccio a tempo a varcare la soglia che subito il portinaio rompe i coglioni:
‘Buongiorno, sor Alfio, è arrivata una raccomandata per lei!’
‘Ma io non aspettavo pos… ’ cazzo, una cartella esattoriale. Ma è proprio un periodo di merda, questo!
Non faccio a tempo ad aprire la busta che mi chiama Sara:
‘Oi, scusa, ma sono incasinata, Chiara si è lasciata col ragazzo ed è inconsolabile.’
‘Sì, ma potevi rispondere un attimo, un messaggio, almeno. Mi sono preoccupato.’
‘Mi liberavo tardi, e sai com’è fatta lei.’
Lo so, purtroppo, lo so: logorroica oltremodo e nottambula, in questo periodo proprio quello che ci vuole per farmi sentire solo. Parlo con Sara qualche minuto, non le dico che sono esaurito sennò si sente in colpa, poi riattacco.
Arrivo all’edicola, sto per prendere la gazza ma vengo distratto dal fumetto di cui sto disegnando il seguito: in copertina il protagonista mi fissa con uno sguardo torvo, e il titolo dell’albo è quantomeno indicativo: ‘Ti basta come avvertimento, Alfio?’
Prendo in mano il fumetto, lo sfoglio e la storia è il mio protagonista che interagisce con il disegnatore: me.
Non è possibile, è uno scherzo. Guardo gli altri numeri, tutti uguali. Vado a un’altra edicola per controllare: tutti uguali.
Compro una copia senza nemmeno pensarci, volo a casa, mi siedo in studio, sfoglio il numero: è la storia molto fedele presa da quando i disegni hanno iniziato a parlarmi. Quell’ Alfio Gray di merda che mi sta tirando scemo e mi dice di godermela, di ribellarmi, licenziarmi, vivere altrove.
E ci sono pure i disegni di quello che potrei fare, che più espliciti non si può.
BASTA!
Tiro in un angolo il fumetto, mi devo prendere qualcosa per rilassarmi. Mi verso un goccio di Stroh, ho bisogno di qualcosa di forte, non importa se sono le 11 di mattina, ma tutto questo è troppo, decisamente troppo.


17 marzo – ore 17:00


Mi sveglio dopo non so quanto grazie al telefono che squilla. Non so che ore sono, non ho ancora guardato l’orologio. Mi accingo a rispondere, ma quando raggiungo il ricevitore hanno già messo giù.
Sailcazzo chi era.
Chiamo Sara, suona libero ma non risponde nessuno.
Giornataccia, oggi.
‘Ehi!’
Eh?
‘Eri distrutto, accasciato sul tavolo dello studio, ti ho lasciato dormire. Mio dio, sei uno straccio.’
La abbraccio. Non le dico nulla perché, onestamente, non so nemmeno cosa dirle, anzi sì.
‘Senti, mancano un paio di giorni alla consegna, se poi andassimo via? Almeno riprendiamo fiato e ci rilassiamo, è stato un bel periodo pesante’
‘Ma sì, finisci la storia, consegna, vai alla cena e poi andiamo via.’
‘La cena?’
‘Quella a Trento, mi hai chiamato ieri verso mezzanotte.’
‘Io?’
‘Sì, mi hai detto che ti hanno invitato a una cena di Alfio e che vuoi andarci. Non è da te, ma io che devo farci? Divertiti! Io ne approfitterò per andare dai miei con Chiara.’
‘Te l’ho detto io?’
‘Sì, tutto concitato! Beh, buona serata!’
 Rimango di stucco. Non so cosa pensare, cosa dire. Che cena? Quando? Che faccio?
Ritorno in studio, e sul tavolo trovo l’appunto: ’4 aprile: Ristorante Alfio, Via Giuseppe Mazzini, 12, SS45bis, 7/a, 38074 Dro - Trento.’
Ho ancora qualche giorno per capirci di più e non andare anche se, ammetto, vorrei sapere chi ha chiamato Sara, chi ha organizzato questo scherzo beffardo e perché. E purtroppo mi rendo conto che solo andando fin lì potrei avere delle risposte.


28 marzo – ore 11:00


Finalmente posso tirare il fiato: consegna fatta, inizio a dormire, e sono molto più calmo.
È stato pesantissimo, un periodo che non auguro a nessuno. Insonnia, allucinazioni, arrivare a pensare che ci fosse un fumetto soprannaturale in edicola con la mia storia, poi… E invece con la calma e un po’ di relax vieni a scoprire che hai comprato una ristampa di un Dylan Dog credendo chissà che.
Meglio così, dai, tra tre giorni vado in Piemonte con Sara e la Zoe e tra cibo, buon vino e campagna ci rilassiamo.
Squilla il telefono, numero sconosciuto, chi cazzo è.
‘Signor Alfio?’
‘Si, sono io.’
‘Buongiorno, è il Ristorante Alfio di Dro. Telefonavamo per avere conferma per la cena del 4; abbiamo prenotato la sala come da lei richiesto, e il menù da lei richiesto.’
Ma come, io non ho fatto nulla, non sono mica stato io. Confermare cosa, poi? Adesso annullo tutto.
‘Pronto, mi sente?’
‘Sì, certo scusi, ero sovrappensiero. Certo, certo, confermo tutto, ci vediamo il 4 aprile, Buona Giornata.’

Il seguito lo potete trovare qui

domenica 10 aprile 2022

UN MONDO MIGLIORE

Sono tempi noiosi, quelli del 2039.
C’è pace, c’è prosperità, non c’è delinquenza, carestie, guerre… e tutto grazie ai morti.
Non lo avrei mai detto, avrei dato del matto a chiunque mi avesse prospettato un futuro simile.
E, invece, ci ritroviamo in un 2039 completamente tranquillo, addirittura noioso.
Due cose, principalmente, hanno contribuito alla situazione di prosperità attuale, anche se va detto che una delle due pesa molto più sulla bilancia dell’altra: la completa mappatura del DNA, con la conseguente possibilità di ricombinare certe degenerazioni, e le interrogazioni postmortem.

Mentre la prima ha aiutato in ambito sanitario al debellamento e cura di gran parte delle malattie genetiche e degenerative, la seconda, scoperta solo cinque anni fa, ha portato allo smantellamento di qualunque sovrastruttura o sfruttamento o guerra esistente al mondo.
Il motivo è molto semplice: i morti dicono il vero, perché di mentire non gliene frega più un cazzo, non hanno nulla da perdere. E se trovi il modo di farli parlare, ovviamente avrai certe risposte che, forse, non avresti mai sperato.
Certo, la cosa ha portato scandalo e caos appena scoperta, ma come sempre la gente si abitua a tutto, e come al solito la curiosità all’epoca ebbe la meglio.
I media, al solito, annusando scandali, esposizione e share o copie vendute in più, si tuffarono subito nella polemica.
Ci fu una copertura mediatica mai vista, nemmeno ai tempi della guerra europea, dove chiunque doveva dire la sua aggiungendo nulla o aria fritta a un dibattito inutile.
Ovviamente tutto si sgonfiò quando un delitto di camorra permise l’arresto di sei insospettabili. Da lì, l’idea delle interrogazioni postmortem non sembrò più una cosa tanto malsana e si allargò a macchia d’olio.

La stampa, impegnata nella ricerca del consenso, non si accorse minimamente di aver firmato la propria condanna a morte: I morti venivano interrogati per tutto, e le notizie false, le speculazioni, le opinioni per riempire programmi discutibili si ridussero a comunicati stringati di quanto succedeva, smorzando i fuochi della polemica alimentata sul nulla. Inutile dire che la stampa fu la prima e più evidente vittima di un cambiamento epocale: ne risentirono la giustizia e la politica interna ed estera. Finirono le guerre, si scoprirono gli autori di certe stragi e vennero debellate le organizzazioni criminali con uno stratagemma molto semplice: i gregari venivano uccisi e subito interrogati.
Stessa cosa venne fatta per Multinazionali o grossi settori che avevano fatto cartello.
Due colpi ai reni, elettrodi in testa, interrogatorio.
Si ebbero 55.784 esecuzioni sommarie, che furono il costo della pace totale.
Qualcuno, in un rigurgito di pietismo, provò a dire che non era nulla giusto, non si poteva sacrificare gente innocente per un mondo migliore… ma, alla fine, ricchi, politici, giornalisti prezzolati sono veramente innocenti?
Gente che campa con bugie sulla nostra pelle, ci sfrutta, fa profitto, mette noi contro i nostri fratelli. Se esistesse ancora la religione, altro colosso fortemente ridimensionato grazie alle confessioni postmortem, ci si potrebbe azzardare a dire che i giustiziati erano degli Anticristo, ma alla fine, forse, erano solo dei banali farabutti.

E quindi siamo qui, nel 2039, a vivere in prosperità e noia.
Ma a vivere bene, respirando aria pulita, mangiando sano, pagando tasse giuste.
È un eden, finalmente, e tutto grazie ai morti, perché i morti dicono la verità, sono morti, non possono mentire.
Tranne me.
Perché io sono proprio stronzo e adoro il caos, e ho già fatto in modo che quando me ne andrò darò colpe a gente innocente, che magari nemmeno conosco.
Perché al mondo non c’è nessuno innocente, chi più chi meno siamo tutti cattivi.

giovedì 3 febbraio 2022

TEMPI MODERNI

Finalmente posso uscire e farmi un bicchiere con gli amici dopo tutto questo tempo. Mi sembra quasi impossibile di poter riuscire a uscire, respirare, mangiare e prendere i mezzi liberamente.
Praticamente mi sento come se fossi stato in pausa due anni.
Ora, però, si ricomincia: stasera esco, mi diverto e se bevo un bicchiere di troppo pazienza, tanto domani è sabato, mi riposo e dormo fino a tardi.

‘Ohilà, tutto a posto?’
‘Finalmente, Matte, era una vita che non ti si vedeva in giro!’
‘Beh, ragazzi, cercate di capirmi, tra pandemia, casini e lavoro sono riuscito solo ultimamente a sistemare quello che dovevo e a essere libero.’
‘Dai, te la perdoniamo, ma solo per stavolta. E beninteso il primo giro lo paghi tu, eh!’
E vabbé, sto al gioco perché veramente tra una cosa e l’altra sono sparito quasi tre anni.
Non essendo poi una persona molto ‘social’, come si dice oggi, è stato abbastanza facile sparire dai radar dei miei amici e conoscenti e riapparire completamente stravolto e ingrigito anni dopo.
Gli amici di una vita sono qui davanti a me: Dante, Mauro, Teo e il loro carico di prese per il culo e battute. Dovrei sentirmi a disagio ma è quella situazione in cui sei assieme ad amici veri, per cui i due anni sembra non siano mai passati e ti senti come se vi foste salutati solo ieri.
Arriva il primo giro di birre e parte il primo brindisi. Non so se è la felicità di rivederci o se c’è la voglia di dimostrare che siamo ancora spavaldi, fatto sta che le pinte dopo due sorsi sono a metà.
‘Dai, dai, la foto rituale!’
Teo, entusiasta, al solito quello più social della compagnia, provvede a puntare il cellulare, alché lo fermo.
‘No dai, non potremmo passare una serata normale come tutti, senza stare a fare i ragazzini?’
‘Ma vai a fare in culo, cavernicolo! adeguati un attimo, no? è solo una foto, non c’è nulla di che! Non è che ti si ruba l’anima con lo scatto eh!’
Accuso la battuta, faccio buon viso a cattivo gioco ma cerco comunque di defilarmi un pelo. Non mi ruba l’anima, è vero, ma non mi piace farmi fotografare.
La serata prosegue tranquillamente tra una pinta e una chiacchiera, e onestamente mi ci voleva: era un bel po’ che non mi sentivo così bene.

Lo sapevo che mi svegliavo un po’ tardi: le nove e mezza, ma vabbè, ci sta. Mi alzo, mi preparo il caffé, prendo una brioche confezionata, metto tutto con calma sul tavolo e accendo il pc per guardare le ultime notizie.
Non ho nulla da fare, mi annoio un po’ a dire il vero. Decido di riesumare un po’ la mia presenza social: come tutti frequento certi siti, però non sono mai stato uno che era in fissa per mostrare qualunque cosa facesse. Diciamo che oggi la spinta me l’ha data la serata di ieri.
Guardo le timeline: nulla o quasi, nel senso che la foto di ieri sera c’è ma senza tag e io sono fuori inquadratura, mi si vede giusto mezza spalla e niente testa.
Un po’ mi spiace, perché eravamo un bel quartetto che si è perso un po’ di vista, e una foto dopo tanto mi sarebbe piaciuta. Ammetto però che d’altro canto mi sta pure bene così: il ricordo, senza per forza una testimonianza visiva, è a volte più romantico e più bello, almeno secondo me. Molte serate, posti, avventure le ho vissute senza foto, messaggi audio o filmati, e non per questo sono meno belle, anzi.
Finisco il mio caffè e decido per la spesa. Non ho molta voglia ma ho il frigo vuoto, quindi mi tocca per forza uscire.
In fila al supermercato mi pare di vedere, qualche posizione più avanti, Mauro.
Lo guardo, cerco di attirare la sua attenzione ma non ci riesco.
Mollo tutto, chiedo permesso e lo vado a salutare di proposito.
‘Ehilà!’
‘Oh, Matte, che sopresa!’
‘Beh, abito qui vicino, non è poi troppo una sorpresa!’
‘Sì, beh, è vero, ma è una vita che non ti si vede!’
‘Ma se ci siamo beccati proprio ieri sera!’
‘Ieri sera? Ma no, guarda, lo ricorderei!’
‘Eravamo noi quattro, io, te, Dante e Teo, siamo andati al Tiratardi’
‘Guarda, io ieri ero proprio lì con Dante e Teo, ma tu non c’eri!’
Mi sto per incazzare, il bel gioco dura poco.
‘Guarda che c’ero, va bene che abbiamo alzato il gomito, ma cazzo!’
Serafico, Mauro tira fuori il cellulare, giochicchia, mi mostra il display con la foto della sera prima.
‘Matte, vedi? non c’eri. Oh, se vuoi venire la prossima volta nessun problema, fai uno squillo e ci si vede, ma per favore, non fare sti scherzi!’
‘Guarda che per la verità io c’ero. Quella spalla è la mia!’
‘Ma secondo te, se ci fossi stato, non ti avremmo preso dentro la foto? Eddai, su!’
Effettivamente ha ragione, la logica regge, non fosse altro che io so che c’ero, e non ero così fuori da prendere cantonate. Comunque sia, è Sabato, non ho voglia di litigare, pertanto abbozzo.
‘Mah, mi sa che siamo tutti sfasati. Comunque dai, ti chiamo in settimana, vediamo di uscire tutti quanti’ come ieri, vorrei aggiungere, ma mi mordo la lingua.
Mauro mi guarda un po’ stranito ma pare prendere il saluto di buon grado.


Dopo la pennica di pomeriggio mi faccio il solito giro col cane, però stavolta allungo, capito in posti che avevo scordato, perché è la zona dove sono cresciuto e dove vive parecchia gente che conosco. Non ci torno mai volentieri perché è cambiata, e non la riconosco più. Non è un discorso di meglio o peggio, è semplicemente diversa, quindi mi sento a disagio. Girovago senza meta cercando di ricordarmi le differenze tra il mio quartiere e questo, ma a parte la toponomastica è quasi tutto diverso.
Vedo, a un certo punto, un negozio di Cartoleria, e il cognome mi è abbastanza familiare. Scruto all’interno, e riconosco la persona dietro al bancone: è una mia compagna di classe delle superiori, il negozio era dei suoi che evidentemente lo hanno lasciato a lei. Non avendo un cazzo da fare e avendo il piacere di salutare la prima cotta del liceo, entro.
‘Buongiorno, eh!’
‘Buongiorno, desidera?’
O sta al gioco, o non mi ha riconosciuto.
‘Senta, volevo un po’ di quinta C’
‘Di Cosa, scusi?’
‘Martina, non mi riconosci?’
‘...NO.’
‘Matteo, eravamo in classe assieme, ti ho anche invitato fuori un paio di volte. Ricordi?’
‘...onestamente no, scusa. Tu mi dici di essere un compagno di classe, ma io non mi ricordo proprio, scusa.’
‘Ma dai, eravamo in classe assieme, all’ultimo anno ero due banchi dietro, avevamo Graspoli in mezzo che passava i bigliettini per i compiti di Matematica.’
‘Graspoli lo ricordo, ma di te no. anzi, Non mi pare ci fosse nessuno dietro Graspoli, ma sono passati anni, potrei non ricordarmi bene’.
‘Vabé...magari la prossima volta ripasso e porto una foto di scuola. così forse ti ricorderai’ le dico provocatorio’.
‘OH SCUSA!!!!’ mi dice mortificata.
Smanetta sul cellulare, apre un’applicazione e mi mostra lo schermo.
‘Ecco, dove sei tu? perché io non ti vedo…’
Mi viene in mente che quel giorno ero malato.
‘Er...non c’ero, ero malato, avevo preso gli orecchioni, avevate riso tutti.’
Mi inizia a guardare sospettosa.
‘Senti… Matteo. Ti spiace se ti chiedo di uscire? Non mi sento tranquilla’.
Annuisco. Insistere porterebbe a scenate inutili e forse alla Polizia chiamata per niente. Alzo la mano, faccio un cenno ed esco, incamminandomi verso casa.


E’passato quasi un mese dove non ho avuto un attimo per rilassarmi. Lavoro, dormire, spesa, porta fuori il cane e ricomincia daccapo. Una cosa alienante, se poi ti si aggiungono visite, esami, dentista, addio.
Comunque, finalmente stasera esco. Mi ero ripromesso di tornare al Tiratardi e, anche se non mi sono organizzato vado lo stesso, tanto so che troverò gli altri tre, sono quasi sempre lì, da bravi abitudinari.
Entro, bancone, una cameriera alta e mora con un caschetto geometrico che pare disegnato da Giotto mi chiede cosa voglio. Le chiedo cortesemente una pinta e mi guardo in giro: nessuno che conosca.
Dopo qualche minuto la ragazza arriva, mi porge il bicchiere e mi rivolge la parola.
‘Prima volta?’
‘No, ma è come se lo fosse. Venivo molto spesso, ma poi ho traslocato, e va beh, solite storie.’
‘Eh, già, ti capisco. Ho traslocato nove volte, ormai tutti i miei averi sono in una valigia per comodità e ho cambiato talmente tanti posti che non ho un pub di riferimento. Quindi, com’è tornare?’
‘Strano, mi sembra di essere uno straniero.’
‘Beh, straniero, alla tua salute!’ mi dice mentre si versa un dito di birra e mi sorride.
Resto a fissare la pinta, il bancone, la cameriera e il suo culo, poi vengo distratto da voci familiari: sono arrivati.
Entrano, mi passano a fianco, salutano tutti, la cameriera e si siedono.
Non mi hanno visto.
Mi alzo, vado da loro.
‘Beh?’
Mi fissano istupiditi.
‘Beh cosa?’ esordisce Mauro.
‘Ragazzi, ma non si saluta più?’
‘Se ti conoscessimo, sì.’ risponde Teo.
AH.
Inizio una discussione che vedo già sarà di difficile soluzione, oltretutto i ragazzi si stanno alterando, e non voglio scenate. Mi congedo sfanculandoli e bon. Che sia uno scherzo o che l’alcool gli abbia rovinato la memoria non mi interessa, se mi tratti così lascio perdere.
Mi stacco, torno al bancone, appoggio il bicchiere sotto lo sguardo tra il perplesso e il divertito della cameriera, poi la guardo e le chiedo:
'Scusa, quando lavori qui?’
'Dal Mercoledì alla Domenica.’
Annuisco con la testa, accenno un saluto, poi esco.


Decido di tornare dopo un paio di giorni, non so perché quel sorriso era intrigante...e dopo mesi di solitudine, una boccata d’aria mi ci vuole.
Forse l’orario d’apertura è esagerato, fatto sta che quando entro non c’è nessuno.
Mi siedo al bancone, aspetto, arriva il proprietario, che conosco di vista da anni, e mi chiede cosa voglio.
Memore della discussione della sera prima chiedo da bere, abbozzo che andavo al locale anni prima, che mi ricordo di lui e gli chiedo una pinta. Intanto che spina la birra mi scruta, poi scuote la testa
'No, mi spiace, ma di te non mi ricordo proprio.’
E ti pareva.
Me ne resto zitto, bevo con calma esasperante il bicchiere ma, visto che la cameriera non arriva, propendo per una seconda pinta e due domande.
Il bicchiere, assieme alla risposta, non tarda ad arrivare: la birra scivola sul bancone, ma della cameriera che mi ha servito nessuno sa nulla, anzi, il proprietario non ricorda nessuno con quelle sembianze che avesse mai lavorato lì da almeno cinque anni.
Bene, sto ammattendo.
Bevo la pinta ed esco.
Una volta a casa mi chiedo cosa stia succedendo. Sono diventato invisibile agli amici? Eh, pazienza, me ne farò di nuovi.
Non faccio a tempo ad entrare in casa che squilla il cellulare.
‘Pronto, Matteo Pertugi?’
‘Sì, sono io.’
‘Sì, qui è la Plastok, la chiamo a seguito dei colloqui e dell’offerta per il posto disponibile da noi… ecco… non so come dirglielo… ma pare che il suo CV sia falso.’
‘Falso????’ Ma come Sarebbe FALSO?’
'Guardi, vista la posizione offerta abbiamo chiamato i suoi precedenti datori di lavoro… e nessuno pare conoscerla. Pare che lei in quei posti non abbia mai lavorato. Capirà che davanti a una cosa simile l’offerta è da ritenersi nulla.’
Rimango come un idiota col telefono in mano mentre ho le chiavi davanti alla toppa della porta di casa.
Come è possibile?
COME?

Se non posti, non esisti.

mercoledì 26 gennaio 2022

PIAZZA GAE AULENTI

‘Eh, beh, è proprio una bella mattinata di merda’ si disse mentre usciva dal portone. Alzò il bavero del cappotto blu e si strinse al collo un po’ di più la sciarpa perché, malgrado fosse marzo, brezza, umido e temperatura lo riportarono dritto ai giorni della merla.
In più, come se non bastasse, sapeva che arrivato in ufficio avrebbe avuto una bella rogna anticipata da un sms, bada bene, non un vocale o un whatsapp, ma un vetusto modo di comunicare che gli lasciavano pregustare la giornata aroma bovazza.
Branca aveva ancora l’alito di caffè, di quelle tre tazze di americano che si era ingurgitato tra il letto e il cesso che, non contento, si pescò il portatabacco e si accese la sigaretta metodicamente rollata la sera prima.
‘Chi cazzo me lo ha fatto fare di smettere di fumare, dio solo lo sa. Manco scopare è così bello come la prima boccata della mattina.’ si disse accendendo la paglia con lo zippo e aspirando una bella boccata di tabacco di bassa qualità e benzina.
Fece quei trecento metri che lo separavano dal posteggio dei taxi, o tassì come li chiamava lui, e salì sul primo che gli capitò.
‘Dove la porto?’
‘Commissariato, grazie.’
‘Ha una strada di…’
‘NON ME NE FREGA UN CAZZO. Portamici e basta, il più velocemente possibile, che oggi siamo partiti male.’
Il taxista obbedì silente, gli avrebbe cagato in mano ma non poteva. In tempi di crisi i soldi erano importanti e questo era un bel periodo del cazzo, quindi muto e pedalare. Guidando tranquillo lo portò dove richiesto e non disse nulla.
‘Eccoci, sono…’
‘Lo vedo. toh. tieni il resto, e scusa, oggi è una giornata iniziata storta.’
Il tassista si trovò in mano il doppio della corsa e non fece domande. Non accennò nemmeno un sorriso, lo vide entrare in commissariato e scomparire dentro un corridoio, poi ripartì.


Al secondo piano, interno 13, c’era il suo ufficio. Arrivò e si mise seduto, nemmeno il tempo di prendere un fascicolo in mano o aprire il pc che subito arrivò un sottoposto con giornale, tazza del caffè e l’incartamento che gli era stato anticipato per sms.
‘Commissario, dai rilievi fatti…’
‘Ciccio.’ disse alzando la mano ‘calma un attimo che devo ancora capire come mi chiamo. ma scusa, ma tu un cazzo di vocale o mail non potevi mandarlo? Anche chiamarmi andava bene, erano le dieci.’
‘Dottore, sa…’
‘Sì, sì, i soldi sono pochi e il telefonino è vecchio.’
‘No, è che non sono abituato a tutta ‘sta tennologia.’
‘Vabbè, vai, vai. Il medico legale? L’autopsia?’
‘La fanno stamane, commissario. Il cadavere è già in obitorio, sa, è un ufficio, non potevamo lasciarcelo troppo.’
‘Seh, seh, poi sento io il dottore.’
‘Ha bisogno di altro?’
‘Chi ha fatto il primo sopralluogo?’
‘Interlenghi.’
‘EH? Quel demente lì? Che dio ce la mandi buona.’
Si mise le mani in faccia e fece gesto al sottoposto di andare tranquillo.
Dopo il caffè aprì la finestra, si accese un’altra sigaretta e aprì il fascicolo.
Scorse nome, precedenti, curiosità, ma non c’era nulla.
Tizio Caio, anni tot, nessun precedente, vita noiosamente normale, un impiegato come tanti.
Morto verso le sette di sera davanti al pc della sua azienda.
Motivo: disidratazione estrema.
Arma: non definibile, inesistente, nessun tipo di segno superficiale o di trauma, si rimanda giudizio dopo il referto dell’autopsia.
‘Cominciamo bene…’ si disse.